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Unicredit, la ricapitalizzazione s’ha da fare. Ma il titolo soffre

Unicredit sotto i riflettori per la maggiore ricapitalizzazione nella storia di Piazza Affari

Occhi puntati su Unicredit. Al via ieri mattina l’aumento di capitale da 13 miliardi, che si concluderà il 10 marzo, e che rappresenta il maggiore nella storia di Piazza Affari.

Titolo altalenante in Borsa, come era prevedibile. E’ la norma in casi di ricapitalizzazione, a maggior ragione per questa che è davvero imponente. Piazza Affari dunque perde il 2%, sotto i colpi di Unicredit con le sue azioni in forte calo (-6,5%) aiutata da Banco Bpm e Bper che lasciano sul piatto pesanti perdite.

Certo questo aumento non è partito sotto una buona stella.

Dal punto di vista patrimoniale, come è messa la banca? Di certo si sa che il bilancio Unicredit 2016 chiuderà (il 9 febbraio è previsto il cda sui conti) con una perdita di 11,8 miliardi di euro.

Mentre la Bce ha chiesto alla banca di avviare una strategia per la riduzione dei crediti deteriorati entro il 28 febbraio, evidenziando anche “aree di debolezza” per la composizione e il funzionamento del consiglio di amministrazione.

Francoforte ha inoltre messo in guardia su come la mancata sottoscrizione, o anche solo una sottoscrizione parziale, dell’aumento di capitale potrebbe comportare anche il rischio di bail in. Non ci sono quindi seconde strade.
Unicredit deve ottenere i 13 miliardi.
Sarà dunque un restyling in piena regola, perché se da una parte le nuove risorse metteranno in sicurezza lo stato patrimoniale, dall’altra è probabile che ci presenterà un nuovo assetto proprietario.
E che Jean Pierre Mustier veda ormai all’orizzonte una banca sempre più europea e sempre meno italiana è un dato di fatto.
Nei pensieri dell’ad francese c’è infatti un grande colosso che nel 2019 produrrà più della metà dei suoi utili proprio fuori dai confini italiani.
E’ quanto scrive lo stesso Mustier nel piano industriale, che non a caso si chiama Transform 2019.
Staremo a vedere cosa ne pensano all’estero. Intanto, i sindacati hanno messo al sicuro il lavoro, stringendo su prepensionamenti volontari e incentivati e turn over, con assunzioni e stabilizzazioni.

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