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Referendum, il voto che divide e tiene col fiato sospeso

Il referendum che decide sull’operato di un Governo.

Tutto rimandato al dopo referendum. La politica si ferma. Oggi il voto che potrebbe decretare la fine di un Governo (l’ennesima fine dell’ennesimo Governo), o sancire la sua prosecuzione.

E pensare che se è vero che il referendum di oggi va a mettere le mani nella Costituzione, lo fa nel modo meno incisivo possibile. Sì perché di fatto si va toccare la macchina organizzativa del nostro paese. E comunque, ricordiamolo, quella che tutti chiamano la Costituzione più bella del mondo, è stata già modificata quindici volte.
Il vero ostacolo, infatti, non è rappresentato dalla riforma in sé. Nessuno si chiede se piace o meno. Il vero ostacolo è la soddisfazione sull’operato del Governo.
E’ un voto per o contro il premier Matteo Renzi.
Il primo errore l’ha, del resto, fatto lui stesso quando ha personalizzato il referendum.

Molti di coloro che oggi voteranno non hanno neanche letto il testo. Complice la campagna elettorale che se dà l’impressione di spiegare gli scenari futuri, in realtà riporta solo dei personalissimi giudizi che poco o niente hanno a che fare con la buona politica.

Cosa prevede il testo di legge? Cosa cambierà dopo il referendum di oggi?
Intanto viene superato il bicameralismo paritario. Attualmente Camera e Senato hanno stessi poteri e compiti. La riforma riduce le competenze del Senato e cambia il sistema di elezione dei senatori. Il nuovo Senato non darà più la fiducia al governo, ma potrà ancora partecipare all’elezione di due giudici costituzionali, del presidente della Repubblica e dei membri laici del Consiglio superiore della magistratura.
Il procedimento bicamerale rimarrà invariato solo per l’approvazione di alcune leggi (es leggi costituzionali, referendum, minoranze linguistiche..). Si riduce il numero dei parlamentari. Oggi sono 630 deputati e 315 senatori. I senatori, se vince il sì, saranno circa 100 e non percepiranno uno stipendio, ma avranno diritto solo al rimborso delle spese.

Inoltre, la riforma prevede l’abolizione del CNEL che nonostante fosse nato come organo consultivo su materie economiche per il parlamento, non ha mai inciso in modo determinante.
Quindi, la revisione del Titolo V della Costituzione, quello che regola il rapporto tra Stato e autonomie locali. Se passerà la riforma le regioni perderanno gran parte di quella autonomia che avevano acquisito nelle precedenti riforme.
Per quanto riguarda l’elezione del Capo dello Stato, cambia il numero di voti necessari. Servirà un’ampia maggioranza e non più una maggioranza assoluta. I 5 giudici della Corte Costituzionale che venivano eletti dalle camere in seduta comune, se passerà la riforma, saranno eletti 3 dalla Camera e due dal Senato.
Per quanto riguarda l’istituto del Referendum, che oggi è solo abrogativo, potrà essere anche propositivo. Ovvero, per proporre nuove leggi.

Questi, in sintesi, i cambiamenti. Nessun accentramento del potere nelle mani di un uomo solo al comando come dicono dalle opposizioni. Ma neanche una virata tale da cambiare sostanzialmente il paese, come dice la maggioranza.

C’è, sostanzialmente, un passo in avanti per alleggerire la macchina. Un piccolo passo.
Quindi cosa succederà dopo il voto? Come detto il vero nodo è la continuità di Governo. Questo referendum è importante per capire in quale direzione andremo da domani.

Negli ultimi giorni in tanti hanno fatto ipotesi. Anche catastrofiche. Dal Financial Times che ha presagito il fallimento di 8 banche italiane se vince il no, all’autoritarismo e stracciamento della Costituzione se vince il sì. Probabilmente la verità è nel mezzo. Ma che la credibilità del paese è a rischio, se la riforma non passa, è un dato di fatto. E l’indisponibilità dei capitali esteri con questa incertezza politica è certa.
Insomma, il vero rischio è di nuovo il naufragio di un sistema, economico, politico e sociale, che faticosamente sta cercando di rimanere a galla.

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