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Bilancio UE, quel veto italiano

Stop al Bilancio, in polemica con la manovra finanziaria?

L’aveva annunciato e l’ha fatto: l’Italia si è astenuta al momento della votazione di Bilancio comunitario. Per la prima volta.

Nonostante si sia raggiunto l’accordo sull’incremento dell’11,3% delle risorse per migrazione e sicurezza, l’Italia ha comunque posto il veto sul pacchetto completo di Bilancio a medio lungo termine (2017-2020). Non certamente un fulmine a ciel sereno. Del resto che il Premier avesse mal digerito l’opposizione alzata da Bruxelles su quello 0,4% di troppo sulla manovra di bilancio italiano era cosa nota.
Così come noto è che in vista del referendum mostrare i muscoli in Europa determina un punto a favore.
Così, dopo settimane di tira e molla, il Governo italiano ha posto il suo veto al Bilancio Ue.

Un atteggiamento che ha raccolto subito consensi. Lo stesso Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione bancaria italiana, senza giri di parole, ha sottolineato che “fa bene il Governo a reagire in maniera polemica a dei troppo frequenti eccessi burocratici dell’Unione Europea”. Eh sì che a parlare è un europeista convinto. Ma nessuno meglio di lui conosce le problematiche che le banche. Costrette a confrontarsi con l’eccesso di burocrazia.

E c’è di più. Quello che realmente preoccupa è che manca totalmente una visione lungimirante, a lungo termine. Tutto viene risolto da un calcolo matematico sul deficit, per quanto riguarda i bilanci nazionali, ed a un immobilismo da prossima elezione per quanto riguarda l’aspetto politico.
Quello che sembra governare, insomma, non è solo una crisi economica, ma una crisi di identità e di valori. La Brexit, le elezioni americane, il referendum italiano e il voto in Austria, Francia, Olanda e Germania. Ogni decisione viene rimandata a data da destinarsi.

Quanto pesa questo immobilismo sull’Unione Europea?
Abbiamo visto come le mosse di Draghi, a partire dal Qe, abbiano abbassato la febbre, ma non sarà per sempre. Specie se in America si prospetta già a breve un rialzo dei tassi americani, mentre in Europa si intravede l’uscita dall’inflazione negativa. E in questo quadro, basterà una politica di bilancio più espansiva, dopo aver così a lungo puntato sull’austerity?

Anche qui, per capire i prossimi passi c’è l’attesa di marzo, quando per i 60 anni dell’Unione, la Commissione Europea presenterà il suo “Libro bianco”. Servirà a spingere i governi nazionali a mettere in campo una strategia comune su unione bancaria, fiscale e politica?

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